Le Radici del Fuoco
Stati viscerali
Tutto ebbe inizio e nulla ebbe mai fine. Su questa giostra conviene giocare.

"Erano ancora umide d’inverno, le pareti dello studio di mio padre in quella prima sera in cui mi ritrovai, stranamente insonne, nei silenzi di una casa abbastanza grande da non destare l’attenzione di nessuno tra i dormienti. Avevo solo sei anni e quella fu la prima volta in cui mi riconobbi nel profondo, come una visione primaria, di quelle che restano e ti identificano in ogni dettaglio del destino. L’unico vero istinto fu quello di ritrovare nelle librerie della grande biblioteca, un bel quaderno nuovo e tutto per me, uno tra i tanti, lì nascosti nei cassetti da mia madre … e poi furtivamente aprire le credenze della sala da pranzo per provare un goccio d’alcool, solo sulla lingua, credo fosse un amaro, come a voler segnare con chissà quale trasgressione l’istinto di scrivere su pagine bianche, la misteriosa storia dell’anima del mondo, forse una distorsione della mia. La sentii splendere e scalpitare dentro di me, giovane e immatura, istintiva e visionaria … un’anima d’altri tempi, era come la ricongiunzione con il proprio centro. Accorgersi di se stessi è un approdo spesso difficile. Per me fu un bisogno di esplodere oltre quelle mura di galera bianca nei panni della brava media borghesia di un’epoca che fu. Questo fu la poesia e ancora lo rappresenta … “un puerile saltello, non si doma per caso.” La mia giovanile scoperta accompagnò per molti anni uno status quo di distacco intimo e sociale tra il mio essere ed il resto del mondo. La passione per la letteratura, il desiderio di studiare, l’amore per la parola, lentamente divennero anche vera e propria poesia. Perché poesia non è il semplice sentire, non è la mescolanza di parole miste a ritmi e a capo, la poesia non è un pasto quotidiano, la poesia non è relativa, la poesia non è un’arte, non si impara ad essere poeti, si vive da poeti e si soffre da poeti, perché l’assurdità del misero destino di chi vive in sintonia con le energie, è quella di nascere vedenti e di morire non udenti per la nausea di tutto ciò che è ormai la vita. Nel mio caso, sin da quella notte, ho scelto di dire chiaramente al mondo che la rabbia esiste … nell’ira … in un pianto disperato … sulla spiaggia che ti chiama ed è la sola voce che riesci ad ascoltare … nelle più cupe malinconie del tempo che non sa che ingannare anche chi crede di avere qualche occhio in più. E quando passa il tempo e diventi quasi donna, ti accorgi che hai avuto l’accortezza di non scrivere per forza, ma solo a tempo debito e per grande ispirazione. La poesia richiede rispetto, tempi, passaggi, trasformazioni, ricerca, dolore e amara gioia. La poesia è irrefrenabile, è come una fede, ti travolge ti sana ti incupisce ti parla … è una medicina strana … ha tanti effetti collaterali, ma sa curare i vuoti. Quella notte come sempre, dicevo a me stessa, siamo un segno che non indica nulla, siamo senza vero dolore e abbiamo quasi perso il linguaggio in questa terra straniera. Ero ancora un essere celeste, ero una bambina, e molto onestamente, non ero tanto diversa da oggi. Vi fu poi, da quella notte buia e bimba fino a sempre, un oblio di quanto esiste, un ammutolito di questo nostro essere, in cui io ebbi l'impressione di aver tutto ritrovato. Si chiamava e si chiama Poesia.”
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