Non può, non vuole, non con me
Tra scarti e purtroppo
Questa domanda non me la sono posta in biblioteca. Me la porto dentro, senza nome, come si sposta un peso a cui ci si è abituati. Un sabato di pioggia, alle sei e mezza, con il caffè in mano e le lenzuola da cambiare, ha cercato parole che potessero darmi almeno un bacio vero: esistono persone che non sono fatte per l’amore? Persone a cui manca, per costruzione, il pezzo che serve a restare?
È una domanda che consola prima ancora di ricevere risposta. Se l’altro è incapace, nessuno ha sbagliato: non chi ha amato, non chi non poteva. Una diagnosi è un’assoluzione generale. Per questo, prima di crederci, ho voluto sapere che cosa ne scrive chi queste cose le misura. E allora ho messo gli occhiali office, modalità comfort.
Che cosa dicono i numeri
Dicono meno di quanto speravo, e più di quanto temevo. Chi davvero non risuona del dolore altrui, ed è la psicopatia in senso clinico, è circa uno su cento: l’incapace assoluto, il mostro di cui abbiamo bisogno per chiudere una storia, è raro. Comune è un’altra figura, assai meno romanzesca: circa un adulto su quattro tiene l’altro a distanza, e uno su dieci fatica a dare un nome a ciò che prova. Si chiama alessitimia, e non è freddezza: è analfabetismo del proprio sentire. Chi sente, e non regge. Chi ama, e arretra.
Sono numeri di altri paesi e di altri anni, e valgono come ordini di grandezza. Bastano.
C’è di più: quel modo di legarsi non è scritto una volta per tutte. Gli studi dicono che è moderatamente stabile, il che vuol dire che si sposta: con gli anni, con un incontro buono, con un lavoro paziente su di sé. Nessuna risonanza magnetica ha mai fotografato una condanna.
Le interferenze
Fin qui la scienza, che ragiona per medie.
Ma nessuno vive in una media.
Nello sviluppo di una persona intervengono interferenze.
È una parola da tecnici, e la scelgo apposta: un segnale parte pulito e qualcosa, lungo il percorso, lo disturba.
Un glitch.
Non serve elencare che cosa. Ci sono fatti che non dovrebbero accadere a nessuno, mai, e che accadono. Il segnale arriva lo stesso, ma arriva diverso.
Purtroppo capita la vita, purtroppo capita la morte, purtroppo capita l’incapacità, purtroppo capita un cuore acceso, purtroppo capita un cuore spento. E purtroppo capita di trovarsi come lo scarto di errore di una formula. Pensavi di essere una delle variabili principali. E invece devi impiegare tutto il resto della vita, dal momento in cui lo scopri, a fartene una ragione.
È nel purtroppo che ci perdiamo, e non sappiamo fare più autoanalisi.
Io so che cosa significa sentirsi il cuore di pietra. So che cosa significa voler bene a molti, e voler bene sul serio, senza più innamorarsi: per anni, per troppi anni. Le statistiche mi dicono che si cambia; io registro, per onestà, che non sempre lo si sente. Tra il dato e la persona resta uno scarto, e in quello scarto abita chi, leggendo queste righe, può riconoscersi.
Una cosa, però, ai numeri la devo concedere, anche se mi costa: una pietra che ricorda di aver amato non è una pietra. È qualcosa che si è chiuso.
Tre frasi con la stessa faccia
Resta l’altro, quello che se ne va. Di lui diciamo: non sa amare. Tuttavia, da fuori, tre frasi tra loro molto diverse hanno la stessa faccia: non può, non vuole, non con me.
La prima è un limite, la seconda una scelta, la terza un verdetto che riguarda noi, ed è la sola che non vogliamo sentire. Così scegliamo la prima, che ci risparmia.
I filosofi, chiamati a testimoniare, non aiutano chi cerca una condanna. Schopenhauer sospettava dell’amore di tutti, non di qualcuno. Le monadi di Leibniz sono senza finestre dalla prima all’ultima: se la metafora vale, vale per ognuno. E Sartre, a cui facciamo dire da ottant’anni che l’inferno sono gli altri, nel 1965 dovette spiegare di essere stato frainteso: l’inferno, precisò, è il rapporto quando è distorto, viziato. Non l’altro. Il rapporto.
È uno spostamento piccolo, e cambia tutto. L’incapacità non sta dentro una persona come un organo mancante: accade tra due, in un certo tempo, a certe condizioni. Erich Fromm lo aveva detto a modo suo nel 1956: amare non è una dote, è un’arte, e come ogni arte si esercita. Aveva ragione a metà. Si può imparare, sì; ma non da chiunque, non con chiunque, e mai senza volerlo. Fromm descrive la vetta, non garantisce la salita.
Due solitudini
La frase più esatta, alla fine, non l’ha scritta né uno scienziato né un filosofo. L’ha scritta un poeta, e in rete la attribuiscono a Nietzsche, il che la dice lunga su come trattiamo i poeti.
È di Rilke, in una lettera del maggio 1904: l’amore come due solitudini che si custodiscono, si sfiorano e si salutano.
Rilke non chiede di abolire la solitudine: chiede di saperla abitare, per poterla offrire. Forse allora la domanda del sabato mattina era formulata male. Non: chi è incapace di amare? Ma: chi è capace di restare due?
Non ho una risposta, e diffido di chi ce l’ha. Non so quello che potrà accadere domani. So soltanto che ho smesso di cercare l’incapace: a partire, come sempre, da me stessa. Me lo concederete.
Mi tengo la domanda, che è più onesta. E vado a cambiare le lenzuola.
@Annarita Borrelli
Fonti
Mickelson, Kessler e Shaver, «Adult attachment in a nationally representative sample», Journal of Personality and Social Psychology, 1997.
Schroeders, Kubera e Gnambs, meta-analisi sulla Toronto Alexithymia Scale (TAS-20), Assessment, 2022.
Coid et al., prevalenza della psicopatia in un campione di popolazione britannico (PCL:SV), 2009; Sanz-García et al., meta-analisi, Frontiers in Psychology, 2021.
Pinquart, Feussner e Ahnert, «Meta-analytic evidence for stability in attachments from infancy to early adulthood», Attachment & Human Development, 2013.
Jean-Paul Sartre, premessa alla registrazione fonografica di «Huis clos», 1965, in «Un théâtre de situations», a cura di M. Contat e M. Rybalka, Gallimard, Folio essais, 1992.
Erich Fromm, «L’arte di amare», 1956.
Rainer Maria Rilke, «Lettere a un giovane poeta», lettera VII, Roma, 14 maggio 1904.
Arthur Schopenhauer, «Metafisica dell’amore sessuale»; G. W. Leibniz, «Monadologia».

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