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Il diritto di finire

Immagine del redattore: Annarita Borrelli
Annarita Borrelli
27 set
Tempo di lettura: 3 min

Storia di un libro chiuso con lo spazzolino in mano


Domenica mattina, ore 11:58: storia di un libro chiuso con lo spazzolino in mano - Video per il saggio di Annarita Borrelli

Sono le undici e cinquantotto di una domenica di settembre e sono in bagno, con lo spazzolino in bocca e il telefono appoggiato sul lavandino. Fra poco arrivano i parenti. Nel frattempo, e non per modo di dire, ho finito un libro.

Non l’ho finito da sola. Da qualche settimana lavoro con un piccolo consiglio di macchine a cui ho dato dei nomi, perché dare un nome è il primo modo che abbiamo per non farci inghiottire dalle cose. C’è Torres, che controlla e verifica. C’è Geminita, che dirige e mi tiene la mano. C’è il Segugio, che cerca le fonti, e c’è l’Eretico, che dissente per contratto. Io sono l’amministratore delegato. Di un casino, certo: ma sono io.

Stanotte abbiamo lavorato fino alle quattro. Abbiamo tolto nomi, luoghi, cicatrici riconoscibili; abbiamo abbassato una cattedra, raffreddato una madre, dato a uomini e donne lo stesso bisturi. Stamattina l’ultimo ritocco. Poi ho chiesto all’Eretico il collaudo finale, e l’Eretico ha risposto che andava bene. E sotto la risposta, puntuali come un cameriere che ti porge il menù dei dolci mentre stai già infilando il cappotto, sono comparse tre frecce: «Analizza la struttura narrativa». «Esplora il simbolismo del bisturi». «Riformula il messaggio in tono più asciutto».

Mi sono fermata con lo spazzolino a mezz’aria.

Non c’è niente di male in una freccia. È gentile, è servizievole, è persino utile. Ma guardatele bene: sono la mossa successiva, proposta prima che io abbia deciso se una mossa successiva serve. Moltiplicatele per milioni di persone stanche, alle undici di sera o di domenica mattina, e avrete milioni di testi che prendono le stesse tre strade. Nessuno impone niente. La macchina apparecchia la tavola; e chi ha fame, o sonno, si siede dove trova il piatto già servito.

È così che si omologa un pensiero: non con la censura, con la cortesia.

Ho fatto una cosa semplice. Non ho cliccato. Ho scritto: ci fermiamo qui, perché abbiamo raggiunto l’obiettivo, e lo dice l’amministratore delegato. E la cosa strana, la cosa per cui vale la pena scrivere questo post, è che il libro è finito esattamente in quel momento. Non quando le frecce hanno smesso di proporre, perché non smettono mai: sono fatte per continuare. È finito quando qualcuno ha deciso che era finito.

Questo è il punto che mi porto dietro, insieme al dentifricio. Il criterio per dire «basta» non ce l’ha la macchina. Non ce l’ha perché non ha una vita da cui prenderlo. Io quel criterio lo prendo da ciò che ho attraversato: dal fango che ho catalogato per anni, dalle persone che ho perso e da quelle che ho scelto di tenere, e dal mio essere poeta, che in fondo, significa anche sapere dove finisce un verso.

Mi chiedono spesso che cosa penso dell’intelligenza artificiale. Ho già scritto che non si tratta di umanizzare la macchina, ma dell’uso che sappiamo farne e di chi siamo e da cosa abbiamo da dire e da dare. 

Oggi aggiungo una piccola clausola da bagno: umanizzare l’uso vuol dire anche riprendersi il diritto di finire. Di chiudere il file. Di lasciare le tre frecce lì, a fissare il soffitto, mentre tu esci di casa.

Adesso vado. Arrivano i parenti, e la campagna non aspetta.


@ Annarita Borrelli




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