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Ciò che non si ha

Immagine del redattore: Annarita Borrelli
Annarita Borrelli
20 ore fa
Tempo di lettura: 2 min
Quello che non possono toccare continua a suonare.
Quello che non possono toccare continua a suonare.

«Mi dispiace, Annarita.»

Me lo dicono a voce bassa, in questi giorni. Al telefono, in un messaggio, sulla soglia di una porta. È una frase gentile, e io ringrazio. Ma la sento cadere come cadono certe pietre piccole: senza rumore, una dopo l'altra, finché non ti accorgi che ti sono arrivate addosso tutte.

Stasera sono tornata a casa, ho mangiato in silenzio e mi sono seduta al buio. E ho capito che non voglio rispondere al dispiacere con il dispiacere.

C'è una scena antica che conosciamo tutti: una donna in mezzo alla piazza, una folla con le pietre in mano, e qualcuno che si china a scrivere per terra. «Chi è senza peccato scagli la prima pietra.» Ho sempre pensato che quella donna non fosse lì per una colpa, ma perché serviva uno specchio. È più facile colpire chi ci mostra qualcosa di noi che guardarlo.

Non voglio fare della mia stanchezza un tribunale. Non cerco colpevoli, stasera. Cerco una cosa più difficile: il modo di restare in piedi senza smettere di amare.

Lacan scriveva che amare è dare ciò che non si ha. Per anni l'ho letta come una frase da filosofi. Stasera la capisco con il corpo. Amare è continuare a dare quando non hai più niente da parte, quando nessuno ti restituisce niente, quando sai che il dono potrebbe cadere nel vuoto. Non è un baratto. È una postura.

E allora io continuo ad amare le cose che amo. Lo studio, che mi ha costruita una pagina alla volta. Le parole, che non mi hanno mai lasciata sola. Le persone che porto con me, anche quelle che non possono darmi nulla, anche quelle che non sono più accanto a me ma continuano ad abitare i miei pensieri. Continuo a fare il mio lavoro con amore, perché è l'unico modo che conosco di farlo.

Questa è una confessione, sì. Una piccola esposizione della mia vulnerabilità, che di solito si tiene chiusa nei cassetti. La faccio perché qualcuno deve pur cominciare. Perché forse anche tu, che stai leggendo, stasera sei stanca o stanco, e ti senti dire «mi dispiace» da persone che non sanno cos'altro dire. Se è così, voglio dirti che la stanchezza non è una resa. È il peso di aver tenuto duro.

Le pietre restano a terra. Io, stasera, mi fermo, respiro, e non abbasso la testa. E continuo, ostinatamente, a dare ciò che non ho.

Annarita Borrelli

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